Al Dio Ignoto

 

Al Dio Ignoto di Diego Fabbri 

Ci potrà essere un mondo senza Dio, mai un mondo senza Cristo.
In Al Dio Ignoto, Fabbri ha voluto forse maggiormente sottolineare questo aforisma, citando brani di Eliot, Dostoevskij, Blok, Shakespeare, a testimonianza di una poetica esistenziale che si intreccia spesso col classicismo letterario.
Il dramma è condotto da Fabbri lungo due linee di ricerca parallele: quella dell’attore su se stesso (le crisi e le finalità della sua vocazione) e quella su un cattolicesimo con la sua fede e le sue contraddizioni.
Ne consegue una dialettica fra laicismo e religiosità davanti al grande Enigma della storia cristiana: la Resurrezione.
E proprio l’alternarsi di dubbi e certezze acuisce un bisogno di identità spirituale così vicino
all’uomo di oggi.


Questo di avere una speranza, di ripetere una certezza, di offrire al termine
di un lungo travaglio una verità autentica, che conti davvero per gli uomini
sofferenti di oggi e di domani, mi pare il compito vero del teatro, il compito
che ci veniva indicato dal nostro indimenticabile Silvio D’Amico, a cui voglio
dedicare questa rappresentazione. Il nostro è tempo di apocalisse. Spesso
a volere interpretare i segni che i tempi ci offrono sembra si tratti di
un'apocalisse di sterminio, di conflitti sanguinosi, di morte senza speranza,
ma il mio compito di autore cristiano ha voluto essere esplicitamente questo
Al Dio Ignoto, quello di indicare invece una grande speranza: che è la
speranza nella resurrezione offerta a ciascuno di noi, individualmente,
e alla società e alle nazioni. È compito eccezionale che mi sono proposto, e
ne sono stato consapevole, se è vero che conoscendo i limiti delle mie forze
di poesia e di incentività, ho eletto come collaboratori uomini Eliot,
Shakespeare, Blok e Dostoevskij. Amici che mi hanno accompagnato fin
dagli anni della adolescenza e a cui devo tanto della mia formazione
artistica e umana
”.
Diego Fabbri

Riconoscimenti
Premio Teatro Gatal 2008
L'impeccabile regia e un gruppo amalgamato di attori rendono visivamente innovativo e accattivante il complesso testo di Fabbri, alcuni picchi di eccellenza completano un quadro decisamente superbo (1° premio di 1° grado Categoria Prosa Liberi)

La giuria assegna il premio di valore etico/spirituale  2007/08 indetto dall'ufficio comunicazioni sociali della Diocesi di Milano per l'allestimento di un testo di alto contenuto intrinseco
(Premio speciale)

 

Diego Fabbri

Diego Fabbri nacque a Forlì nel 1911. Considerato drammaturgo tra i più illustri e significativi del teatro italiano postpirandelliano, in cinquant'anni di attività artistica fu anche : regista (allestì lavori suoi e ridusse per il teatro celebri opere di narrativa), produttore, editore e, in veste di sceneggiatore cinematografico, collaborò con tutti i più grandi registi del dopoguerra italiano (tra i molti basterà citare Vittorio De Sica con -Il generale della Rovere-, Roberto Rossellini, Alessandro Blasetti, Pietro Germi, Federico Fellini). Come sceneggiatore televisivo, Fabbri lavorò alla riduzione di alcuni grandi capolavori letterari (la serie più fortunata fu quella del "Commissario Maigret", dove debuttò anche un giovanissimo Andrea Camilleri) e alla realizzazione di sceneggiati originali. Gli autori che maggiormente hanno influenzato la sua opera teatrale sono Luigi Pirandello e Ugo Betti. Il teatro che maggiormente connota Fabbri, come quello di Betti, è un -teatro di processi morali-, ovvero di inquisizioni, dibattiti, denunce, processi. Ma i suoi processi, anche quando si tratta di veri e propri procedimenti giudiziari (come in -Processo a Gesù 1955-, o -Processo Karamazov 1960-), coinvolgono la platea per giungere non a un giudizio inteso come condanna giudiziaria, ma aun tentativo di comprensione delle azioni degli uomini nella loro complessa, ineffabile molteplicità. Una molteplicità che risulta inconoscibile nella sua sfera più intima, non tanto a causa dell'incomunicabilità e del non senso della vita di pirandelliana memoria, ma semplicemente perchè troppo complessa e quindi non ricostruibile; assunto che fa affermare in -Ritratto di ignoto 1962- (incentrato proprio su questa tesi), "un uomo lo sa Dio". Fabbri concepì il teatro non come un fine, ma come -...uno strumento da usare in modo totalmente rigoroso, per riportare fra la gente i fatti vitali che realmente la riguardano- (-Manifesto per un teatro del popolo- sottoscritto nel 1943 da Fabbri e da altri intellettuali del tempo). In particolare per lui, drammaturgo cresciuto negli ambienti cattolici romagnoli prima e romani poi, le domande fondamentali della vita sono quelle che riguardano la Grazia e la trascendenza; il senso del peccato che, tormentando i suoi personaggi li riporta a Dio e alla pace; il senso dell'amore: inestinguibile e soverchiante se visto in una dimensione solo umana (-Il seduttore 1951-), fonte di un formidabile umanesimo, se visto da una prospettiva peculiarmente cristiana; la menzogna con cui gli uomini, nemici o anche solo diversi, cercano di non scontrarsi fra loro, ma soprattutto fonte di quell'ambiguità che serve all'autore per portare i suoi personaggi al limite della rottura e quindi, attraverso la loro crisi, alla verità. Questo impegno di testimonianza gli fece privilegiare i moduli drammaturgici ritenuti ogni volta più congeniali ai problemi trattati, portandolo a sperimentare formule anche molto diverse, ma sempre finalizzate al dibattito, alla formulazione di domande e provocazioni, trascurando moduli più piacevoli e brillanti che pure dimostrò di saper padroneggiare con -La Bugiarda 1954-, o -Lo scoiattolo 1962-. Questa sua severa concezione del teatro, il chiaro impegno di testimonianza cristiana accompagnato all'insofferenza per qualunque etichettatura politica o filosofica, il suo gusto per la provocazione, l'ossessione nel porre domande esistenziali di tipo trascendentale all'interlocutore e il gusto per il paradosso fanno di Diego Fabbri un autore ostico, apparentemente legato a problematiche datate, e su cui tuttavia una approfondita riflessione estetico-letteraria sarà possibile solo in una prospettiva di lungo termine, quando, dimenticate o estinte barriere ideologiche di vario segno, sarà possibile approfondire l'artista al di là delle polemiche che ancora oggi suscita. Fra i suoi lavori più famosi, oltre a quelli già citati: -Inquisizione (1946)-, -Rancore (1948)-, -Processo di famiglia (1953)-, -Veglia d'armi (1956)-, -Figli d'arte (1958)-, -Non è per scherzo che ti ho amato (1971)-, -Un ladro in Vaticano (1973)-, -Il Vizio assurdo (1974)-, scritto in collaborazione con Davie Lajolo, -Il Commedione (1978)-. -Al Dio Ignoto (1980)-, scritto e rappresentato nell'anno della sua morte, resta il suo testamento artistico e spirituale. Diego Fabbri nacque a Forlì nel 1911. Considerato drammaturgo tra i più illustri e significativi del teatro italiano postpirandelliano, in cinquant'anni di attività artistica fu anche : regista (allestì lavori suoi e ridusse per il teatro celebri opere di narrativa), produttore, editore e, in veste di sceneggiatore cinematografico, collaborò con tutti i più grandi registi del dopoguerra italiano (tra i molti basterà citare Vittorio De Sica con -Il generale della Rovere-, Roberto Rossellini, Alessandro Blasetti, Pietro Germi, Federico Fellini). Come sceneggiatore televisivo, Fabbri lavorò alla riduzione di alcuni grandi capolavori letterari (la serie più fortunata fu quella del "Commissario Maigret", dove debuttò anche un giovanissimo Andrea Camilleri) e alla realizzazione di sceneggiati originali. Gli autori che maggiormente hanno influenzato la sua opera teatrale sono Luigi Pirandello e Ugo Betti. Il teatro che maggiormente connota Fabbri, come quello di Betti, è un -teatro di processi morali-, ovvero di inquisizioni, dibattiti, denunce, processi. Ma i suoi processi, anche quando si tratta di veri e propri procedimenti giudiziari (come in -Processo a Gesù 1955-, o -Processo Karamazov 1960-), coinvolgono la platea per giungere non a un giudizio inteso come condanna giudiziaria, ma aun tentativo di comprensione delle azioni degli uomini nella loro complessa, ineffabile molteplicità. Una molteplicità che risulta inconoscibile nella sua sfera più intima, non tanto a causa dell'incomunicabilità e del non senso della vita di pirandelliana memoria, ma semplicemente perchè troppo complessa e quindi non ricostruibile; assunto che fa affermare in -Ritratto di ignoto 1962- (incentrato proprio su questa tesi), "un uomo lo sa Dio". Fabbri concepì il teatro non come un fine, ma come -...uno strumento da usare in modo totalmente rigoroso, per riportare fra la gente i fatti vitali che realmente la riguardano- (-Manifesto per un teatro del popolo- sottoscritto nel 1943 da Fabbri e da altri intellettuali del tempo). In particolare per lui, drammaturgo cresciuto negli ambienti cattolici romagnoli prima e romani poi, le domande fondamentali della vita sono quelle che riguardano la Grazia e la trascendenza; il senso del peccato che, tormentando i suoi personaggi li riporta a Dio e alla pace; il senso dell'amore: inestinguibile e soverchiante se visto in una dimensione solo umana (-Il seduttore 1951-), fonte di un formidabile umanesimo, se visto da una prospettiva peculiarmente cristiana; la menzogna con cui gli uomini, nemici o anche solo diversi, cercano di non scontrarsi fra loro, ma soprattutto fonte di quell'ambiguità che serve all'autore per portare i suoi personaggi al limite della rottura e quindi, attraverso la loro crisi, alla verità. Questo impegno di testimonianza gli fece privilegiare i moduli drammaturgici ritenuti ogni volta più congeniali ai problemi trattati, portandolo a sperimentare formule anche molto diverse, ma sempre finalizzate al dibattito, alla formulazione di domande e provocazioni, trascurando moduli più piacevoli e brillanti che pure dimostrò di saper padroneggiare con -La Bugiarda 1954-, o -Lo scoiattolo 1962-. Questa sua severa concezione del teatro, il chiaro impegno di testimonianza cristiana accompagnato all'insofferenza per qualunque etichettatura politica o filosofica, il suo gusto per la provocazione, l'ossessione nel porre domande esistenziali di tipo trascendentale all'interlocutore e il gusto per il paradosso fanno di Diego Fabbri un autore ostico, apparentemente legato a problematiche datate, e su cui tuttavia una approfondita riflessione estetico-letteraria sarà possibile solo in una prospettiva di lungo termine, quando, dimenticate o estinte barriere ideologiche di vario segno, sarà possibile approfondire l'artista al di là delle polemiche che ancora oggi suscita. Fra i suoi lavori più famosi, oltre a quelli già citati: -Inquisizione (1946)-, -Rancore (1948)-, -Processo di famiglia (1953)-, -Veglia d'armi (1956)-, -Figli d'arte (1958)-, -Non è per scherzo che ti ho amato (1971)-, -Un ladro in Vaticano (1973)-, -Il Vizio assurdo (1974)-, scritto in collaborazione con Davie Lajolo, -Il Commedione (1978)-. -Al Dio Ignoto (1980)-, scritto e rappresentato nell'anno della sua morte, resta il suo testamento artistico e spirituale.